Intelligenza Artificiale e Scrittura: Abbattiamo il Tabù

Fin da piccolo, ho coltivato una profonda passione per la scrittura. Sebbene non abbia mai pubblicato libri, ho composto centinaia di articoli e migliaia di interventi sui forum virtuali, che ricordo con affetto (sigh!), e in seguito sui diversi social network. Ho sempre trovato gratificante il processo di tradurre un pensiero in parole scritte, e spesso ho ricevuto riscontri positivi dai lettori.

Quando ChatGPT è stato rilasciato, ho deciso di metterlo alla prova sottoponendogli uno dei miei articoli, chiedendogli di migliorarne la forma. Confesso di essere stato scettico sulla sua capacità di riuscirci, ma con mia sorpresa, in pochi istanti quell’infernale strumento ha prodotto un testo superiore al mio! Più lo rileggevo, più mi convincevo della sua efficacia, eppure non potevo fare a meno di chiedermi: come ha fatto? Come riesce a decidere ciò che è meglio? In che modo trasforma in pochi secondi un testo che a me ha richiesto un’ora di lavoro, rendendolo più armonioso?

Da quel momento in poi, ho iniziato a impiegare ChatGPT e altre intelligenze artificiali come ausilio per esprimere al meglio i miei pensieri. Tuttavia, una questione persistente mi turbava profondamente: è eticamente corretto scrivere avvalendosi dell’intelligenza artificiale? Mi assaliva un senso di impostura, come se stessi ingannando chi leggeva i miei post. Per mesi ho meditato sulla correttezza di continuare a utilizzare l’IA come strumento di supporto e mi interrogavo: se un mio pensiero viene esposto in modo più efficace grazie all’IA, quale danno ne deriva? In fin dei conti, l’idea originaria di quell’articolo o post è mia. Sono io ad aver concepito il tema, strutturato l’articolo e introdotto spunti e riflessioni stimolanti. Con l’IA svolgo attività di brainstorming, mi apro a nuove prospettive, ma l’ideatore e l’artefice ultimo rimango io.

Sono così giunto alla conclusione che utilizzare l’IA per dare forma a un contenuto interamente pensato e costruito da me non sia moralmente discutibile. In definitiva, l’aspetto più complesso risiede proprio nella concezione dell’idea, e quella mi appartiene. E se l’IA possiede una maggiore capacità di rendere un articolo più piacevole da leggere, quale inconveniente ne consegue? Dopotutto, il fine ultimo è offrire al lettore un’esperienza positiva, e se l’articolo, così come ‘corretto’ dall’IA, risulta più efficace, tanto meglio.

Giunto a questa riflessione, qual è il mio pensiero? Ritengo che sia giunto il momento di superare questo tabù concernente l’impiego dell’IA da parte di chi genera contenuti. Smettiamola, noi scrittori occasionali, di sentirci in dovere di fare ‘coming out’ e normalizziamo l’ausilio dell’IA, considerandolo uno strumento legittimo e appropriato.

Che poi i grandi autori debbano continuare a esprimersi unicamente con la propria penna è assolutamente auspicabile. Ma stiamo parlando di professionisti, di individui che possiedono uno stile di scrittura inconfondibile ed è giusto che perseverino nel loro percorso artistico.

Noi, creatori di contenuti amatoriali, divulgatori senza titoli accademici, opinionisti dei social network: sfruttiamo l’aiuto che l’IA ci offre! E contribuiamo a offrire ai nostri lettori un’esperienza più gratificante, perché, in fin dei conti, è questo l’obiettivo primario.